Il verde entra in casa dalla porta-finestra: la natura diventa un tema di progetto
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Il verde entra in casa dalla porta-finestra: la natura diventa un tema di progetto

Passiamo più di ventidue ore al giorno in ambienti chiusi, circondati da geometrie rigide e superfici artificiali. È il dato da cui parte l’architetto e biophilic designer Alfredo Fusco nel suo nuovo libro, dedicato al “deficit di natura” di chi vive in città e alle strategie per ridurlo a partire dalle mura domestiche. Il tema non è nuovo per gli addetti ai lavori, ma per anni è rimasto confinato agli uffici delle grandi aziende, agli ospedali, alle opere pubbliche. Oggi si sposta nelle abitazioni: al Salone del Mobile 2026 la progettazione ispirata alla natura si è tradotta in ambienti fluidi, con una forte continuità visiva tra arredo e architettura.

In questa ricerca di contatto con l’esterno c’è un elemento della casa che conta più degli altri, perché è l’apertura più ampia di cui un appartamento dispone e l’unica che porta il vetro fino al pavimento: la porta-finestra.

Il deficit di natura e le sue radici

Il biophilic design poggia su un’idea formulata dal biologo Edward O. Wilson, la biofilia, cioè la tendenza innata dell’essere umano a legarsi agli organismi viventi e ai sistemi naturali. È stato poi Stephen Kellert, docente a Yale, a tradurla in principi di progettazione. Sul versante opposto, lo scrittore Richard Louv ha dato un nome a ciò che accade quando quel legame si interrompe: Nature Deficit Disorder, un disturbo da carenza di natura che non ha valore clinico ma descrive bene l’affaticamento percettivo di chi vive stabilmente al chiuso. La psicologia ambientale parla oggi di “malnutrizione sensoriale”: il corpo riceve pochi degli stimoli per cui si è evoluto, la luce che cambia nel corso delle ore, il verde, i suoni, le superfici naturali.

Per passare dalla teoria al cantiere, lo studio newyorkese Terrapin Bright Green ha codificato una serie di pattern progettuali, schemi ricorrenti che si possono applicare a qualunque edificio. Fusco li propone come strumenti compensativi per la scala residenziale, quella di cui la letteratura si è occupata meno. Tre di questi riguardano direttamente il modo in cui una casa si apre verso l’esterno: la connessione visiva con la natura, la connessione materica e la qualità della luce.

Vedere un albero cambia la giornata

Il primo pattern ha una base scientifica solida. Nel 1984 Roger Ulrich pubblicò su Science uno studio condotto in un ospedale della Pennsylvania: i pazienti operati che dal letto vedevano alberi avevano degenze più brevi e richiedevano meno antidolorifici rispetto a quelli che guardavano un muro di mattoni. Da quella ricerca è nato un filone di studi che ha portato, in anni recenti, alla regola “3-30-300” dell’esperto di forestazione urbana Cecil Konijnendijk: ogni persona dovrebbe poter vedere almeno tre alberi da casa, vivere in un quartiere con il 30% di copertura arborea e avere uno spazio verde entro trecento metri.

È qui che la porta-finestra fa la differenza rispetto a una finestra tradizionale. Una finestra con il davanzale a novanta centimetri da terra inquadra il cielo e le facciate di fronte, e il verde lo mostra solo a chi si alza e si avvicina. Una porta-finestra scende fino al pavimento e porta nel campo visivo anche ciò che sta in basso: il prato del cortile, le piante del balcone, le chiome degli alberi di un viale visto dal primo o dal secondo piano. Lo si percepisce da seduti, dal divano o dal tavolo da pranzo, senza cambiare posizione. Per questo i progettisti che lavorano in chiave biofila tendono ad allargare le ante e ad assottigliare i profili, fino ai sistemi alzanti scorrevoli che trasformano un’intera parete in una vetrata e riducono al minimo il telaio che si interpone tra chi abita e il paesaggio.

Materiali che parlano la lingua della natura

Il secondo pattern riguarda i materiali. Secondo l’approccio biofilo non basta vedere la natura: bisogna ritrovarla anche in ciò che si tocca, in superfici vere e riconoscibili, con le loro variazioni e imperfezioni. Il serramento è uno degli elementi della casa con cui si ha un contatto quotidiano, perché lo si apre, lo si chiude, lo si sfiora passando. Il legno risponde a questa esigenza meglio di altri materiali: le venature non si ripetono mai uguali, la superficie è tiepida al tatto anche d’inverno, il colore cambia lentamente con la luce e con il tempo.

Nel biophilic design conta però anche l’origine del materiale, perché il legame con la natura non si esaurisce nell’aspetto di una superficie. Mettere al centro la qualità del legno e la sua bellezza naturale, scegliendo essenze provenienti da foreste certificate e gestite in modo sostenibile, è l’approccio, per esempio, di Cocif, azienda specializzata nella produzione di serramenti con 80 anni di storia. In questa prospettiva la scelta del serramento smette di essere solo una questione estetica o prestazionale e diventa parte del rapporto tra la casa e l’ambiente da cui provengono i suoi materiali.

La luce che cambia: persiane orientabili e frangisole

Il terzo pattern è forse il più sottile. Terrapin lo chiama luce dinamica e diffusa: la luce naturale non è mai uniforme, varia di intensità e di colore dall’alba al tramonto, e sotto gli alberi arriva frammentata dalle foglie. Il nostro sistema percettivo è abituato a questa variabilità e la legge come un segnale di benessere. Gli ambienti domestici, al contrario, alternano spesso due sole condizioni: il pieno sole che abbaglia e il buio delle tapparelle abbassate.

Le schermature di nuova generazione permettono di lavorare sulle sfumature intermedie. Le persiane a lamelle orientabili e i frangisole regolano l’inclinazione della luce senza oscurare l’ambiente, e proiettano sul pavimento e sulle pareti un disegno di luce e ombra che si sposta con il sole, simile a quello di un pergolato. Le veneziane integrate nel vetrocamera fanno lo stesso dall’interno, al riparo dalla polvere e dal vento. Il risultato è una stanza in cui la luce resta viva per tutto il giorno, anche d’estate, quando la tentazione sarebbe chiudere tutto.

Fusco descrive gli interventi biofili come varchi aperti verso la natura là dove la città l’ha sottratta. In un appartamento urbano, dove un giardino spesso non c’è e il verde è quello del cortile o del viale, la porta-finestra è il varco più grande che si possa aprire.